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JACK KEROUAC
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Incontrò Ginsberg e Borroughs a New York mentre frequentava la Columbia University con una borsa di studio guadagnata col football. Strinse amicizia con Neal Cassady ponendolo al centro delle sue narrazioni, "Visions of Cody" e " On the road", entrambe pubblicate nel 1957. Scrisse anche libri di poesie, il più noto rimane "Mexico City Blues", costituito di 242 choruses (ritornelli) in cui Kerouac stesso si immagina di essere un sassofonista blues che suonava ciascun pezzo come un assolo. In "Town and the City", il personaggio al centro del racconto è Borroughs, definito dallo stesso Kerouac "il miglior dei suoi maestri". Durante il suo soggiorno in West Coast fece amicizia con Gary Snyder e da lui fu guidato verso il buddismo. Morì per complicazioni dovute all'alcolismo nel 1969. Un caposcuola.
da The Beat..due
lettere di Jack Kerouac
LETTERA A JOHN
CLELLON HOLMES
Il 24 giugno 1949 Kerouac scrive una
lunga lettera all'amico John Clellon Holmes, in cui racconta le
esperienze di vita quotidiana on the road
durante un soggiorno in Colorado. Il passo scelto è tratto dalla
traduzione pubblicata in Kerouac Graffiti
(Arcana editrice, 1997) di Alessandro Gebbia e Sergio Duichin.
Ti ricordi, John,
di quello che ti dicevo riguardo alla grande massa amorfa di americani
che non legge mai i giornali? Qui nelle basse colline del Colorado mi
sono imbattuto in una grande quantità di loro. Un giorno ho cavalcato
con un gruppo di pazze donne di mezza età e con un ragazzino. Una donna
aveva una capigliatura rosso fiammante, era sdentata, e cavalcava un
bianco cavallo da circo. Lei mi dice "odio queste dannate donne che non
dicono MERDA quando ne hanno piena la bocca".
Poi un cowboy che
si era unito a noi sulle colline di Horse Heaven cominciò a fare
acrobazie sul suo cavallo pezzato, tipo alzarsi in piedi sulla sella.
Quella gridò ad alta voce."Cristo se ci provassi io con il mio stallone
finirei con il culo su una roccia!". C'erano alcuni turisti, donne
e bambini, che ci guardavano a bocca aperta. "Quel toccato figlio di
puttana non ha più buon senso di un mulo. Mi avrebbe cacato in faccia
solo a guardarmi!". Questo andò avanti tutto il giorno.
Progettammo di
andare a cavalcare in Arizona questa estate, nonostante l'avessi vista
fino ad allora una sola volta, e lei in realtà non mi avesse quasi
riconosciuto. La rividi per la seconda volta ad un film di Tex Ritter.
Sembra ci sia un gran numero di pazzi abitanti del West che vanno a
veder film western solo per ascoltare Tex Ritter e Roy Rogers cantare
"Crepuscolo sulle praterie" e per vedere i cavalli e i duelli con le
pistole. Nelle loro conversazioni fanno continuamente allusione a "Roy"
e "Dale Evans" (la sua donna) e "Trigger" (il cavallo) così come noi
facciamo allusione a Dostoevskji e Whittaker Chambers.
Siedono lì e
guardano il Mito del Grigio West, nei giorni piovosi nei cinema di
Larimer Street. Cowboy
ubriachi russano nelle gallerie; ragazzini ridacchiano e tirano popcorn.
Credono tutti in Roy Rogers e Gene Autry. E' bellissimo. Alloro io
comincio a pensare ai pazzi personaggi col berretto che in realtà fanno
questi film nella matta California (i Mitchum stravolti di marijuana, i
registi con gli occhiali di corno, le primedonne con gli occhi cerchiati
che conducono vite dissolute nei motel, i loro giovani sbandati colleghi
con il comportamento simile a quel matto di Neal che saltano dai cavalli
ai furgoni ferroviari) - è pazzesco.
Comincio
veramente a credere che la vita non è essenzialmente ma completamente
irrazionale. Sfido chiunque a controbattere questa CHIARA idea. Ne ho
avuta la prova. Ginsberg ha ragione: è tutto una gran buffonata. Alcuni
di noi si prendono troppo sul serio. E' tutto troppo bello perché non è
moribondo, questa è l'irrazionalità di cui parlo. Per esempio stanno
organizzando un Goethe Festival nelle montagne, questa estate. Pensa al
solenne, assurdo Goethe. e questo ridicolo festival delle cinciallegre
serie; e tutte le incoerenze che ne deriveranno.
Mi ricorda quello
che ho sentito una volta su Carl Sandburg, che apparve ad un pranzo di
qualche genere in tempo di guerra, e fece un discorso che nessuno capì o
ascoltò, e sembrò triste mentre ognuno mangiava e chiacchierava durante
il suo discorso, e finalmente ridacchiarono. (Penso). Può darsi che la
storia non sia proprio così. O la volta che Thomas Mann prese Allen
Temko per le spalle (questo personaggio che immagina la vita come un
dialogo di Ernest Hemingway e
che in verità è un ragazzo simpaticissimo) - lo prese per le spalle e si
scopre che Mann è soltanto un piccoletto, e un piccoletto con gli occhi
storti a quanto ne so, e dice:"Il futuro risiede nella gioventù". O che
credeva in simili sciocchezze? Ognuno ha qualcosa da nascondere. Questo
è quello che cerco.
Considera questa
come irrazionalità che ha raggiunto il livello di mistero: - Una notte
sono andato in un parco di divertimenti con una vedova e il figlio di
quattordici anni. Piaccio a questa vedova, per qualche motivo.
Ritornando dal parco col ragazzo (lei se ne era già andata via), mentre
facevamo l'autostop nella buia notte del Colorado, un uomo ci dette un
passaggio sul suo piccolo camioncino. Aveva con sé tutta la famiglia. Io
e il ragazzo ci siamo seduti di dietro con uno dei piccoli figli
dell'uomo. Il ragazzo era avvolto in una coperta, nonostante non facesse
freddo. Proprio allora è sbucata una macchina dall'oscurità, senza luci
e ha puntato dritti contro noi; evitò l'urto di un soffio, sterzando
bruscamente, e scomparve nella notte, sempre senza luci. Nessun rumore,
niente!
I due ragazzi che
erano con me sorrisero. Pensavano che fosse divertente. In quel momento
guardai verso di loro e si erano entrambi avvolti nella coperta, come in
un sudario, e io strillai: "Che diavolo è questo, un paese straniero?"
Si scopre che tutta la vita è un paese straniero. Questo incidente che
ho appena descritto è uno dei grandi misteri della vita. Nessuno può
aiutarmi a risolverlo. Non riuscivo a capire cosa stesse succedendo. Ci
riesci tu? La macchina oscura, la mancanza di suoni, l'enigmatica
famiglia sul camioncino, la coperta sudario... proprio come dico io:
l'America è una terra egiziana .
Stanno accadendo
parecchie cose simili. Cammino lungo la strada del paese e tutte quelle
persone incomprensibili - questi membri della vasta incoerente
popolazione di fellhain egiziani - mi danno passaggi sui loro
sgangherati camioncini e quasi mi rompo il collo. I fellhain egiziani
non hanno paura a morire. Comincio ad imparare tutto questo. Quando
parlano è impossibile capire quello che dicono. Quando gli chiedi: "Cosa
hai detto?" rispondono "non so". Nel frattempo continuano a volare,
sobbalzando attraverso la notte misteriosa. E proprio come in Dagwood
Bumpstead, grandi orde di strani piccoli bambini appaiano dal nulla, e
camminano con te.
Ho partecipato ad
un rodeo. Correvamo in circolo come in un attacco indiano, in un cerchio
selvaggio. Sono andato al film di questo rodeo a vedermi cavalcare.
Eccomi seduto con un grande sombrero, come un hipster impostore fumando
erba. Onesto. Tutti ingobbiti sulla sella, guardando di traverso l'aria.
C'è un primo piano di me che bevo da una bottiglia di birra sulla sella.
E' ridicolo. Sono stato piegato sulla macchina, sulla mia macchina da
scrivere da quando avevo undici anni, ecco cos'è. Non credo che
diventerò mai un ranchero. Vivrò in una chiatta sul fiume Hudson, di
fronte al Fulton Fish Market, e suonerò la mia armonica cromata che
presto voglio comprare in un banco di pegni di Larimer Street.
Talvolta vado tra
i campi di trifoglio e dormo. Faccio passeggiate col mio cane e lo butto
nel canale di irrigazione così per gioco. Compro uova in una fattoria
per 24 cent a dozzina, e crema densa. Ci sono girasoli, viburni della
prateria e lunghi campi d'erba, e montagne innevate: come ho detto a
qualcuno, "Io sono Rubens e questa è la mia Olanda". Ho disegnato dei
quadri del paesaggio. Faccio l'autostop per Denver e mi nascondo a
Curtis Street, nelle sale da biliardo e nei cinemetti da 10 cent, e bevo
grandi boccali di birra nei saloon di Larimer Street.
Vado in giro di
notte con Justine W. Brierly, il grande personaggio di Denver che
gestisce l'opera di Central City. Ha una bellissima automobile con un
riflettore. Sembra uscito fuori da un romanzo di Sinclair Lewis. E' un
signore inglese ma preferisce insegnare al liceo di Denver, fare
l'avvocato, gestire la "Mountain Opera", un'agenzia di compravendita
immobiliare, e fare da padrino a tutti i giovani talenti di Denver come
White e Chase e Jeffries e un tempo Neal. Sono andato al liceo e l'ho
visto fare lezione, dire agli alunni di quattordici anni che potevano
fare sega, se volevano, a lui non importava. Tutti questi ragazzi lo
ammirano. Mi fa l'occhietto.
Ginsberg lo
chiama Maestro Danzante della Morte. Una volte spedì Neal al liceo, ma
alla fine Neal rubò una macchina e scappò. Ha una fotografia di Neal a
sedici anni, un enorme ritratto. Questo tizio, vedi, è un grande André
Gide; un Edoardo di Denver... Zio Edoardo dei Falsari. Porterà me e
Giraux all'opera, gratis. Una notte mi ha scorazzato in macchina per
Denver (la prima notte) e aveva con sé uno dei suoi ragazzi
intelligenti, e puntava quel suo riflettore verso le finestre della
gente per spiegare la moda delle tappezzerie a Denver. "Provinciale"
sogghignò il ragazzo intelligente. Mi mostrano castelli nella notte,
comprati da favolosi baroni minerari. Gli ho detto (nelle parole di
Lucien) che non ero un grande scrittore, giusto "La Regina di Maggio", e
loro hanno pensato che ero indelicato.
Devo scegliere
fra questa roba e i camion delle strade, e sceglierò i camion, dove non
dovrò spiegare niente, e dove niente è spiegato, ma ci sono solo le cose
reali. REALI REALI, capisci?
Non ho un cent in
tasca. Forse Giraux presto mi darà un anticipo su
On the Road , che ormai è diventato
un romanzo. Ad ogni modo, basta con tutto questo, passiamo ad altro.
Jack Kerouac
LETTERA AD ED
WHITE
Il 9 maggio 1949
Jack Kerouac scrive all'amico Ed White una bella lettera in cui,
evocando un sogno, affronta temi a lui cari: il rapporto con Dio, il
passato, il destino degli uomini. Riportiamo parte della missiva nella
traduzione di Carlo Antonio Biscotto pubblicata su "l'Unità" il 20
gennaio 1995.
Ed ecco in che
modo ho annotato un altro sogno e una serie di pensieri in un mio
giornale dal titolo "Rain and Rivers"
(unitamente al terzo racconto The Myth of
the Rainy Night).
La notte
dell'eclissi di luna, alle 23 del 12 aprile 1949, ho fatto un sogno e
sono andato in trance nella mia bizzarra casa di Ozone Park... intendo
dire che mi sono ritrovato d'improvviso in quella medesima ambigua casa
dei miei sogni, con molti significati ed esistenze, in tutto simile ad
una parola perfetta e messa al posto giusto in un verso di poesia. Era
quella stessa casa che a volte sbatacchia... e che si trova sul limitare
del mondo invece di Crossbay Boulevard, con tutte le finestre aperte e
ogni cosa a portata di mano.
Giù per la
strada: interi continenti e il mare di notte; su per la strada: strane
città e la pioggia, e grida, e un gran baccano di folle, e luci - e
tutti i volti familiari di tutti gli uomini e di tutte le donne.
Gesù. In
precedenza quello stesso giorno, comunque (per approfondire) colui che è
conosciuto per nome, Allen Ginsberg ed io avevamo discusso dello
"Sconosciuto avvolto nel sudario". E' un concetto questo che scaturisce
da un sogno che ho fatto molto tempo su Gerusalemme e l'Arabia...
Viaggiando su una
strada polverosa, nel bianco deserto (dove alcuni uomini camminano
compiaciuti e bevono la polvere mentre io barcollo e cerco morbidi
alberi, l'Oasi), viaggiando dall'Arabia alla Città Protettrice,
m'accorsi di essere inesorabilmente seguito da un Viandante
Incappucciato Senza Nome che aveva in mano un Bastone, e lentamente
occupava ed attraversava la piana alle mie spalle, sollevando lentamente
una coltre di polvere. Non so come sapevo che mi stava seguendo, ma
pensavo che se fossi riuscito ad arrivare alla Città Protettrice prima
di essere raggiunto, sarei stato al sicuro.
Per quanto mi
affrettassi, mi sforzassi e corressi, egli procedendo con calma,
continuava ad avvicinarsi lentamente... o meglio, più che procedere con
calma, era come se si muovesse sul pianoro in maniera avvolgente. Una
cosa era fuori discussione: sapevo di non avere scampo. Pensai di
tendergli un agguato sul lato della strada con un fucile che, non appena
egli si avvicinò, si trasformò in un giocattolo di gomma. E la Città
Protettrice era appena oltre la collina.
Allen Ginsberg
era molto interessato e voleva saper chi era costui e cosa significava.
Avanzai l'ipotesi che potesse essere il nostro io con indosso solo un
sudario. Infatti da dove veniamo? Non è forse tragicamente vero che
veniamo dal buio che precede la nascita, da un luogo che per il solo
fatto di essere "buio" è l'inferno - e arriviamo qui alla vita nella
LUCE della terra, un luogo che per il solo fatto di essere "illuminato"
è il paradiso? Quali sono allora, nel caso di ciascuno di noi, le nostre
ambigue intenzioni per essere vivi? Non è forse vero che ogni neonato è
un'ambiguità per questo strano mondo?
Immediatamente, a
pochi mesi di vita, si comincia a notare in che modo il piccolo è in
grado di ottenere ciò che vuole... il modo in cui piange o tiene il
broncio o si mostra avvilito o si schermisce o si rannicchia. Si osserva
stupefatti la maturità della sua "anima", ancor prima che il cervello
sia sviluppato...(cosa è mai persino un Beethoven se non un'anima che
sbircia dalle possenti tenebre della sua stessa creazione?)
E cosa sbircia?
Sbircia gli Usa, tutti gli Usa... Quali segreti ha il neonato? Cosa
intende? Cosa vuole? Cosa sa? Cosa ammetterà? Solo una lingua celestiale
può dirlo, qualcuno che indossi una Morbida Veste Bianca e scriva con
una Penna d'Oro di Fuoco.
Nella trance che
ha fatto seguito al sogno dello "Sconosciuto avvolto nel sudario",
mentre me ne stavo seduto nel dormiveglia in questa bizzarra casa,
m'avvidi che chiaramente c'è un altro mondo... il mondo che ci appare
dal di fuori della nostra ammantata esistenza che ci fu data nel buio
prima che arrivasse la luce della vita. Ma sebbene nasciamo nel buio del
ventre (del tempo,ecc.), è vero che moriamo nella luce. Ho qualche
dubbio sulla portata di tutto questo, cioè a dire: il buio da dove
veniamo è l'inferno? E la terra è il paradiso? O forse il purgatorio?
Cosa è, dopotutto, il Sogno del Sudario? E' forse la visione
dell'inferno da cui veniamo e da dove tendiamo al paradiso, qui e ora?
Il tutto necessita di ulteriori spiegazioni ed è la questione più seria
cui riesca a pensare. O vi è un paradiso celestiale incarnato nel cielo?
(solo misticismo?)
[...] Ma basta
con tutto questo. Le ultime 2.000 parole non sono state che il tentativo
di ammassare materiale a sufficienza per farti conoscere alcune mie
recenti considerazioni. E tutto un disordinato guazzabuglio. Vediamo di
mettere ordine. Se mi trovassi a Parigi con te avrei tutto il tempo di
spiegare. Vedresti allora che non è tutto esotico o esoterico, ma
meramente ciò che tutti sentiamo non appena conoscessi il modo do
universalizzare il mio pensiero. Non posso descrivere queste cose
logicamente e in una dialettica purchessia (e in molte di più).
Il solo modo
possibile per far intuire ciò che intendo consiste nel ricomporre la
vita in un'opera che dimostri ciò che intendo e ciò che penso che tutti
intendiamo. (Viene da sorridere a pensare che i critici diranno che non
mi rendo conto di quello che dico... sebbene sia vero e sia vero, in
particolare modo, per quegli stupidi bastardi, cioè a dire i critici).
Per me la verità non è formulabile, sempre che questa parola esista. Per
me la verità corre da un momento all'altro incomprensibile,
inafferrabile, ma tremendamente "chiara".
Talvolta corre
così veloce nel mio disordinato cervello che capisco d'essere null'altro
che un operaio con indosso un vecchio maglione mangiato dalle tarme che
si lamenta, suda, si sforza di afferrare un sogno fresco - uno scrittore
è un pescatore degli abissi, munito di reti vecchie e solo parzialmente
utili.
Jack
Kerouac
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